La campagna è morta, il vino si fa in città: the London Cru experiment

Non è vero in nessun modo. Ma ho deciso che userò titoli in stile anglosassone e vediamo chi legge.  L’idea non è recentissima, quasi di un anno fa, ma il fenomeno mediatico sta scoppiando in questi mesi e i commenti sono perfettamente divisi tra chi la ritiene “blasfemia”, “l’idea più stupida del mondo” “un’offesa personale” a chi “geniale trovata di marketing” “non è nemmeno marketing, lì ci sono botti d’acciaio, è una cosa seria” “eccetera”. Il parere di chi scrive, ve lo dice subito, è: figata. Da leggere col tono di Crozza che imita Berlusconi.

London-Cru

L’ingresso sa già da resistenza urbana.

Di cosa stiamo parlando: a Londra è nata quella che è probabilmente la prima urban winery europea, di sicuro la prima in una metropoli del genere: si chiama London Cru. Localizzata in una ex distilleria, è sgorgata dalla passione di Gavin Monery (qui trovate la sua intervista di quattro giorni fa su Intravino) che, dopo una giuovinezza spesa nei vigneti del Western Australia, si è sognato di fare la stessa cosa in città, invertendo il classico schema agricolo che vede il luogo di produzione lontano da quello di consumo.

Mi piaceva il muletto colorato.

Allestito il posto con macchinari per la vinificazione, botti d’acciaio e di legno, il giuovane winemaker ha ben pensato di rendere ancora più social la cosa offrendo la possibilità al cittadino medio di diventare a sua volta winemaker per un giorno: si fa vedere alla gente il processo scomponendolo nelle sue parti per far assaggiare i tannini, l’acido, lo zucchero, ecc. e come ognuna di queste concorra a creare il bouquet finale. Dopodiché ognuno può farsi il proprio blend e portarselo a casa.

london cru working

Giuovani dinamici e baldanzosi. Cru sta per “crew”

Le uve, o il mosto, se lo fanno arrivare direttamente dalla Francia. Le quattro vasche da millecinquecento litri in questo momento contengono chardonnay, syrah e cabernet sauvignon provenienti dal Languedoc-Roussillon ed una, udite udite, del barbera proveniente dalla provincia di Cuneo. I commenti più seguiti a quest’ultima affermazione hanno un contenuto semantico simile a “Sono pazzi”. Solo il tempo ce lo dirà, in quanto alla fine la misura della riuscita di un’attività commerciale è data dal suo guadagno, almeno solitamente nelle intenzioni di chi la apre. Sicuramente molte persone potranno aver modo di vedere dei processi di creazione del vino che altrimenti no, e tutto questo a patto che il punto più importante di tutta la faccenda non sia più il punto più importante di tutta la faccenda, ovvero che il vino sia buono. Perché se per caso è anche buono…

the rose

Bottiglia stillosa ma minimal come si confà ai salotti londinesi. Sarà, a me ricorda la classica bottigliazza da pasto veneto style.

(ph: Google)

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